sabato 12 marzo 2011

La "Spezia" solo andata

Tra le tante cose, peculiarità e caratteristiche che mi fanno stimare i miei genitori una in particolare mi ha sempre reso fiero e orgoglioso. E' un vezzo che appartiene soprattutto a mio padre e che ho già avuto modo di descrivere in precedenza (http://quadrazza.blogspot.com/2011/01/minestrone-mio-minestrone.html). Si tratta dell'utilizzo sconsiderato e reiterato delle spezie.
Mio padre le adora,insieme alle erbe, alle misture e alle polveri officinali. Passa intere estati chino sotto il sole ardente a confabulare con le sue piantine e le sue bacche prelibate. Ma di questo parlerò in altre occasioni. Oggi voglio descrivere infatti l'utilizzo spropositato che fa dei suddetti "odori" in cucina. Se il Lunedi ci tocca degustare l'orrenda brodaglia dietetica, gli altri giorni feriali non sono da meno.
Di solito la scena è sempre la stessa: la famiglia torna a casa dopo le incombenze mattutine e vede il capostipite a lavoro nei pressi dei fornelli. In una bolgia di piatti, tegami e frullatori vari, qualcuno trova il coraggio di chiedere cosa c'è per pranzo. -Una bella Amatriciana!- potrebbe essere sovente la risposta. Al che ci si ritira nelle camere da letto, in attesa del pasto. Quando poi la pasta è pronta, fumante nei piatti, ecco che tutti noi quattro ci lanciamo sulla prelibatezza. Dopo i primi due bocconi però la masticata si fa più lenta e ponderata, fino a che un'anima pia non chiede:
- Papi, ma cosa c'è dentro questa Amatriciana?-
-niente, niente, la pancetta non lo vedi?- bofonchia Papà, tentando di rimanere impassibile.
dalle retrovie un' altra voce (la mia di solito) che sbotta- Papà 'sta pasta è proprio strana...-
-si Pa', davvero, lo sai di che sa?- rincara mia sorella.
-non sa di niente, mangiate!- tenta di chiudere il genitore, ma è troppo tardi...
- sa di... di... MENTA!- esclamiamo io, mia madre e mia sorella quasi all'unisono.

Inutile dire che ci concediamo pochi bis in questi frangenti. Alle volte poi è addirittura difficile individuare il sapore del condimento alieno. La fantasia di mio padre infatti, il quale solo all'apparenza potrebbe sembrare un distinto e pacato libero professionista di mezz'età, si scatena spesso con una furia inaudita; comportando miscellanee stravaganti e quasi azzardate. A tale genialità gastronomica applica poi una mostruosa lavorazione delle materie prime che sfiora la maniacalità scientifica. Inoltre è provvisto di una serie indefinita di varietà di condimenti. Tutte le volte che vede delle spezie ci si lancia con uno strano brillio degli occhi, acquistando quantitativi esagerati di misture varie. Al ritorno dal Marocco è stata una fortuna che non ci abbiano fermato alla dogana, non perchè avessimo infranto la legge; ma comunque sia vai a spiegare alla finanza cosa sono tutte quelle bustine piene di polveri di ogni tipo! La cosa peggiore di tutta questa situazione è che mio padre è un ottimo cuoco, sempre che si attenga alla tradizione. Ed è anche un discreto "rielaboratore" ad essere onesti. Il suo estro eccessivo però, applicato agli intoccabili mostri sacri (amatriciana, carbonara, etc), rende talvolta difficile il pranzo.
Un giorno, pensando che tutte le erbe sciorinate dal capostipite fossero sempre le stesse, mi presi la briga di catalogarle (almeno in parte) per avere una prova della loro esistenza fisica. Ne è uscito fuori una specie di compendio alchemico che se fosse stato trovato in mano ad una donna nel 1400, l'avrebbe condotta al rogo per direttissima:

Elenco delle Erbe usate dal Sommo Padre (in ordine sparso)


prezzemolo, rosmarino, salvia, timo, basilico e peperoncino (e fino a qui nessun problema)
pepe nero, pepe verde, pepe bianco e pepe rosso (ma non chiedetemi la differenza, perchè grattugiati diventano tutti neri)
menta, citronella, mentuccia, ruta (utilizzate di solito per i dentifrici)
cardamomo, cumino, chiodi di garofano (questi per fortuna non li ha mai usati tutti insieme)
noce moscata, zenzero e pimento ( la prima volta che aggiunse la noce moscata sugli spaghetti io e mia sorella dichiarammo la resa per manifesta superiorità)
cannella, curry, berberè, varie ed eventuali...

Libera rappresentazione della sintetizzazione degli ingredienti in casa Quadrazza

Ora, prima di concludere il breve resoconto, voglio avvertire tutti i miei lettori che i nostri pranzi non sono sempre così. Insomma viviamo anche noi nel mondo reale e, da quando abbiamo tolto il Piccolo Chimico dalla circolazione, va tutto molto meglio. Ma si continuerà ad usare le spezie, meglio non illudersi mai del contrario...

lunedì 21 febbraio 2011

Monday Tales- senza titolo

Lo ammetto, ho saltato un lunedi... ma adesso sono tornato, con una mia creazione abbastanza recente. Si tratta di un racconto sull'amore (tema da me affrontato davvero poco), ispirato al concetto di "ciclicità del tempo". Ammetto di averlo scritto mentre sentivo le "quattro stagioni". Inoltre non ha titolo, perchè non ne ho trovato ancora uno adatto, quindi meglio non metterlo, piuttosto che sceglierne uno forzato. Spero vi piaccia!







-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Sud- rispose alzando la vecchia ed ossuta mano il Viandante.

Era Primavera quando il Giovane iniziò a cercare il suo vero amore. Egli l’aveva vista passeggiare leggiadra e sospesa sui verdi prati e attraverso le dolci foreste che ora anche lui ripercorreva, nel tentativo di trovarla. Veloce e noncurante passò interi campi di delicate primule, distese di orgogliose ortensie ed innumerevoli orchidee, che sembravano essere sbocciate come per magia al passaggio della favolosa creatura che il ragazzo andava inseguendo. Violette e ciclamini, myosotis e magnolie, papaveri, nasturzi, margherite e lavanda, lillà e mughetto. La natura era in festa ed esplodeva di quella forza vitale di cui solo un fiore può essere testimone vero e fedele. Ma il Giovane era insensibile a cotanta bellezza, perché ne inseguiva una a dir poco maggiore, egli correva verso la felicità eterna, verso l’immortale speranza.

-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Est-  disse l’augusto Viandante, con un cenno dello stanco capo.

Era Estate ed il Giovane continuava la sua folle corsa, calpestando innumerevoli miglia, notte e giorno, sempre seguendo le flebili tracce del suo vero amore, sentendo l’appena percettibile scia di profumo. Profumo di pino e melograno, di melissa e di glicine, di lauro e di larice, di mirtillo, salvia e sambuco. Era il di lei odore o forse oramai egli non riusciva più a distinguere la differenza di tutte quelle piante e frutti e fiori dall’ essenza che andava disperatamente incalzando? Ma il tempo non permette soste ne remore di sorta, bisognava continuare e non disperare. Troppo evidenti i segni del suo passaggio, troppo chiari i suoi richiami. Il bosco era un turbinio di colori, gli alberi ondeggiavano allegri e festosi, piegati dal vento di levante, ed ogni cosa era concerto e festa.

-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Nord- sospirò il Viandante, stiracchiando le decrepite membra.

Era Autunno ed il sonno prese il Giovane. La luce iniziava a scendere durante le lunghe e noiose giornate, e la foresta si preparava a riposare. D’oro e d’argento diventavano i forti pioppi e le nodose querce. Un morbido tappeto allietava gli stanchi piedi del Giovane, che sovente trovava ristoro sotto le fronde degli antichi platani e dei maestosi tigli. Il canto degli uccelli continuava ad accompagnare la sua corsa infinita, ma adesso al suo passaggio non vedeva altro che le foglie cadere, i fiori morire e gli animali scappare. Eppure il riposo non era neanche contemplato, la ricerca non era finita poiché se si sforzava egli ancora percepiva la presenza del suo vero amore. L’aveva trovata nell’odore di legna muschiata, nella bellezza del giallo e del verde del bosco, nelle gocce di rugiada e pioggia sopra i fiori appassiti.

-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Ovest- mormorò il Viandante, immobile.

Era Inverno, tutto era bianco, anche il Giovane, disperato e sfinito. Nivea bianchezza cadeva dal cielo plumbeo e senza vita della foresta. Tutt’intorno era solo silenzio, insopportabile come un urlo continuo e petulante, che permeava ogni cosa uccidendola. Muti gli uccelli, muti gli alberi un tempo forti e gagliardi ed ora spogli e nudi come cadaveri. Il Giovane aveva perso la strada, aveva perso le tracce di lei, l’aveva abbandonata. Distrutto e sfinito si ritrovò a camminare, incerto e malconcio verso una polla d’acqua, oramai ghiacciata. Egli si vide riflesso e si spaventò della sua stessa immagine, tanto si era fatto vecchio e decrepito. La sua ricerca era giunta al termine, quando un ombra gli si avvicinò, veloce come lo era lui un tempo, per poi chiedergli:

-Avete visto il mio vero amore?-

Passò qualche minuto prima che rispondesse. Egli pensò alla sua ricerca, alle sue fatiche, alle sue speranze. Poi notò la bellezza dei fiocchi di neve, la perfezione dei gambi ghiacciati della rosa canina, il candore e la purezza dei prati, la tristezza pacata e meravigliosa dei salici in lacrime. Fu allora che la rivide ed alzò la mano:

-Verso Sud- rispose.



                                                                                                               Lorenzo Quadrini

lunedì 7 febbraio 2011

Monday Tales- Non trovo l'uscita

Ed eccoci al solito appuntamento del lunedi. Oggi voglio disseppellire un vecchissimo scritto, uno dei primissimi, agli albori della mia fulgida carriera. Scherzi a parte, semmai la mia carriera diverrà fulgida non credo che lo dovrò a questo scritto, ma ai fini del blog tutto fa brodo!
buona lettura                                                             



                                                 NON TROVO L’USCITA

Non trovo l’uscita. Ci provo, ci riprovo ma non la trovo. Eppure deve essere da qualche parte. Quanti giorno sono chiuso ormai? Fuori da ogni contatto umano, fuori da ogni rapporto, fuori dalla luce, dal buio, dall’ombra. Oramai non sento più neanche Lui. Tuttavia è stato Lui a farmi entrare. Mi ha attirato, con facili promesse. E molte le ha mantenute, irretendomi, adulandomi, viziandomi, facendomi assuefare ai suoi modi, al suo lusso, alla sua potenza, aumentando sempre più la mia mollezza. Nondimeno non sono certo nata ieri. Io e la mia “razza” siamo combattenti, sveglie, veloci, arrampicatrici. Ma  non è servito a nulla.
Poco fa uno spiraglio, un po’ di luce, un po’ d’aria. Era Lui. Voleva vedere se ero già morta. Vorrei rimanere viva solo per il dispetto, solo per fargli un torto, l’unico che potrei fare in queste condizioni. Quell’essere infatti mi controlla senza sosta; detiene il potere unico, è tutto ciò che ho, è il mio destino. E dire che nel primo istante, quando “la scatola” è calata su di me per la prima volta, accompagnata da quel vago sentore di morte, io pensai ad uno scherzo. Non potevo credere che il mio benefattore potesse volermi del male. Anzi addirittura non riuscivo a concepire una cosa del genere. Solo il tempo mi squarciò il velo di menzogne che avevo costruito sulle Sue menzogne, aiutandomi a capire. Capii che non mi aveva intrappolato per farmi riposare, come congetturai il secondo giorno. Capii che non mi avrebbe più cibato, più saziato, più soddisfatto già il terzo giorno. Il quarto soltanto intuii che voleva la mia sofferenza, che voleva essere partecipe della mia fine. Non solo, Lui voleva essere l’incarnazione della mia fine. Lo seppi non appena studiai i suoi movimenti, dapprima sempre atti ad aprire una fessura, per farsi un’idea del mio stato di salute, come se non aspettasse altro che io spirassi. Poi si fece più cauto, mi concesse del tempo, divenne calmo, calcolatore e freddo. Per usare una sua espressione mi “cosse nel mio stesso brodo”. Quanto dovetti soffrire, quanto dovetti penare!
La furia cieca mi travolse il quinto giorno. Un record sicuramente imbattuto. Non morire in quelle condizioni sfiorava la follia. Sbattei sulle pareti, quelle morbide pareti inviolabili che erano la mia prigione e la mia tomba. Urlai, stridei, combattei, sempre sconfitta e sempre umiliata. Che peso tremendo sul mio cuore! Essere tradita dallo stesso che fino ad allora mi aveva accudita e protetta. Un peso, un macigno gravava sulla mia anima, come se non potessi respirare, come se fossi sott’acqua, senza più appigli, senza salvezza. Il fiato era mozzato, gli occhi strabuzzati. Lacrime scendevano, di rabbia e costernazione; di tristezza ed amarezza, lacrime di morte.
E così arriviamo alla fine dei miei giorni. D’altro canto come potevo sperare in un lieto fine? Lui, quel Lui che era stato mio compagno si è trasformato in carnefice. Ma poteva essere altrimenti? Così grande, enorme, immenso, infinito; ed io così piccola ed indifesa. Ormai ho scacciato via i “perché”, i “come mai”, e quasi non penso più a quelle sue mani, divenute artigli e catene. C’è dolore in questa scatola, ma anche rassegnazione. Non resisterò più, ti darò la soddisfazione che cerchi, ti darò ciò che hai sempre voluto, ti darò tutto ciò che ho. Ti darò la mia vita; è tua, prendila.
Infine, mentre esalo l’ultimo respiro, rido. Sghignazzo e sogghigno, rido di me e della mia stupidità, della mia ingenuità, mi regalo un ultimo momento felice. Non mi interessa più nulla, non mi interessa rivedere le verdi praterie ed il cielo cobalto. Nulla mi appartiene adesso.
Ma d’altronde, si è mai sentito di una lucertola che fa amicizia con un ragazzino?



                                                                                                              L. Quadrini 

mercoledì 2 febbraio 2011

Aspettando il 649

Eccoci di nuovo tutti "insieme appassionatamente" per un inedito post del sottoscritto. Ho fatto una lauta colazione, ho messo su Samuele Bersani e c'è il sole che splende sulla capitale, pertanto se non scrivo adesso non scrivo più.

Vorrei raccontarvi di una mia piccola odissea, vissuta la settimana scorsa, di mercoledi. Una di quelle esperienze che hanno fatto tutti almeno una volta nella vita e che, nel momento di massima drammaticità, ci porta ad allontanarci sensibilmente dagli standard del genere umano, per assumere atteggiamenti piacevolmente animaleschi. Sto parlando naturalmente dello sciopero dei mezzi a Roma.
Dovevo andare alla stazione Termini, per pagare delle bollette ed incontrarmi con il mio coinquilino Dilù, per poi pranzare insieme al mio amico Lembus ed infine recarci alla mostra multimediale del p.c.i.
Esco di casa con largo anticipo (dopo una bella doccia) per infilarmi nei meandri della metropolitana. Passo davanti al cancello e lo trovo stranamente chiuso, senza nessun foglio informativo o simili. Penso che si tratti di un problema al sottopassaggio, per cui vado verso un'altra entrata. Chiusa anche quella. Mentre ragionavo sul fatto che due cancelli chiusi potessero non essere una curiosa coincidenza mi tornano alla mente come una fucilata le parole biascicate da ZiniWini (un altro mio coinquilino dal nome buffo) la sera prima:- uè guardate che domani c'è lo sciopero dei mezzi!-. Nonostante la passione di ZiniWini per i cibi pieni di grassi saturi, aveva ragione. Mi lancio verso la fermata dell'autobus 649, situata lungo via Aosta, ed attendo. Poi mi ricordo che non ho il biglietto, per cui mi infilo come un fulmine dentro al bar di fronte alla fermata, il quale esponeva tronfio un cartellone gigantesco con scritti tutti i ticket che era possibile acquistare all'interno. Quello scritto più grosso era logicamente "biglietti autobus e metro". Entro dentro chiedendone due, ma la signorina alla cassa mi risponde che non li ha mai venduti in vita sua, i biglietti atac.
-ma fuori c'è scritto che li vendete!- obietto
-a si, fuori... be si li vendiamo- risponde
-allora me ne dia due.-
-no, ma noi non vendiamo i biglietti del bus-
A questo punto convengo che sia meglio uscire, attraversare la strada, ed infilarmi dentro un tabacchino li di fronte. Il tabacchaio mi guarda come se avessi chiesto della droga, e mi rispedisce sulla strada, un po' abbattuto dal passaggio in quel preciso istante del 649. L'unica soluzione rimane raggiungere il capolinea (situato vicino casa, a Largo don Orione), raccattare due biglietti li vicino e sperare che passi l'autobus.
Ottenere i ticket risulta essere più facile vicino al capolinea, per cui ora non resta che aspettare che passi il mezzo. La fermata è piena di gente stravagante, molta più del solito, conseguenza normale della penuria di bus.
Un signore piacione raccoglie la mia attenzione, sebbene inconsapevolmente. Lui infatti come scopo ha quello di attaccar bottone con un'altra signora in attesa. Le prova tutte, dall'approccio indifferente fino alle battute del peggior libro di barzellette. La dama però, granitica come le antiche Vestali romane, continua a fissare l'orizzonte, sperando nell'arrivo della sua ancora di salvezza (sotto forma di 649).
Al piacione rimane l'ultima carta:
-ce lo sa signò qual è l'unica cosa che funziona pe fa arriva' er tramme?- attacca il guascone
-(mugugno indistinto della donna)-
-eccola-trae dalla tasca un pacchetto di sigarette e ne accende una imitando james dean in "gioventù bruciata"- appena uno se accenne la paglia, spunta pe magia.-
Be comunque, tanto dice e tanto fa che effettivamente, appena accesa la sigaretta, arriva anche l'autobus. Si caccia il mozzicone dalla bocca, buttandolo a terra ed aspettando il bacio della principessa. Ma lei invece sale subito sopra al mezzo, sedendosi vicino ad un altra donna. La loro storia d'amore era all'epilogo. Io invece, che stupidamente non amo viaggiare a fianco di altre persone, scelgo l'ultimo posto singolo disponibile. Stiamo per partire quando mi accorgo che devo timbrare. La macchinetta obliteratrice è proprio davanti a me. Mi alzo, vidimo il biglietto e mi rigiro: il posto è occupato da una simpatica vecchietta. Mentre mi chiedo come abbia fatto ad entrare e sedersi in soli 25 secondi sono costretto a sedermi a fianco di un distinto signore. Perlomeno non si tratta di uno di quei soggettoni che si incontrano spesso sugli autobus, mi dico. Lui per tutta risposta estrae un libro dalla sacca: "L'esoterismo nel mondo politico: il potere della magia".
Inizio a rimpiangere il guappo con la sigaretta in bocca e per un momento sono tentato di scendere alla fermata del bar Pompi, mandando a farsi friggere tutti gli appuntamenti della giornata. Poi mi calmo, mi dico che sono sciocco a pensare queste cose.
-ma certo, solo con l'occultismo si possono controllare le masse!- esplode il mio compagno di viaggio.
Inizio a pigiare il tasto della fermata ma oramai è troppo tardi, Pompi è superato e non mi resta che abbandonarmi alla sorte maligna.
Per il resto il viaggio prosegue tranquillamente, con una vecchietta che ondeggia a destra ed a manca del bus, sbattendo contro tutti gli spigoli possibili (naturalmente non le ho ceduto il posto) ed un'altra signora grassa con una tosse altrettanto grassa, che le provoca boati incontrollati ogni dieci secondi.

Una volta sceso dal 649 la giornata si è raddrizzata, la mostra si è rivelata interessante, l'inter ha vinto la sfida di coppa contro il Napoli e mi è venuta una febbre da cavallo, possibile conseguenza degli strapazzi vissuti e della tosse germinosa della grassa matrona. Ad ogni modo meglio riderci sopra, perchè se ci si riflette queste esperienze "all'italiana" fanno solo piangere...


lorenzo quadrazza

lunedì 31 gennaio 2011

Monday Tales- La Torre che odiava gli uomini

Carissimi,
scusate l'assenza di nuovi post ma durante la settimana appena passata sono stato male! Nulla che scalfisca il monday tale però, non preoccupatevi! Ad ogni modo entro domani sarà prono anche un nuovo post che reputo abbastanza divertente... Per ora godetevi questo nuovo racconto!

                     La Torre che odiava gli uomini


“Ti abbiamo costruito mattone su mattone,
muro su muro, pietra su pietra,
ma a nulla tu sei servita
perché tu eri torre senza padrone,
tetto senza parete
e porta senza mete”


Quando il regno dell’Ovest andò alla conquista delle Vaste Pianure il Re decise di disseminare i suoi nuovi domini di torri e castelli, in modo da poter soggiogare per sempre le ribelli popolazioni. Il Re non teneva conto che le offese che egli recava a quella gente (il popolo del suo stesso fratello di sangue!) non erano tali da consentire perdono alcuno. Ma l’idea era buona, e le centinaia di torri svolsero talmente bene il loro lavoro che divenne più importante per le fazioni in guerra conquistare queste, piuttosto che le grandi città. Gli anni passarono, ed il grande Re morì; con lui però non se ne andò l’astio che si era infiltrato nella famiglia reale, ormai dilaniata da scontri fratricidi e spezzettata sempre più in gruppi e fazioni.
Durante la prima guerra una torre in particolare divenne il vanto del grande Re, a causa della sua possenza, della grandezza delle sue pietre indistruttibili e della sua posizione, che la rendeva praticamente inespugnabile. Naturalmente la sua stessa natura impenetrabile trasformò la Torre nell’obiettivo principe di tutte le campagne militari che si andarono susseguendo nel corso dei secoli. Stranamente la struttura stessa, a dispetto delle sue peculiarità, sembrava essere difficile da difendere, non potendosi neanche contare i capovolgimenti di fronte che la vedevano protagonista; assieme ai fatti della più strana natura i quali sovente si manifestavano tra le sue mura. Fatti questi ultimi che conferirono alla rocca una lugubre nomea. Ma la superstizione dei soldati non poteva certo batterne l’importanza strategica e pertanto le guerre continuavano, più sanguinose che mai… 

-Questa insomma è la tua prima campagna militare…come hai detto di chiamarti?- il tono rude, il volto solcato dalle mille rughe dei veterani e gli occhi gelidi, privi di emozione, facevano del sergente una persona più severa di quanto non fosse in realtà.
-sono Nimrot signore- rispose incerto il giovane a cui si era rivolto l’esperto militare.
-Nimrot, bel nome. Sai cosa succederà domani-
I due si trovavano davanti ad un fuoco, nel bel mezzo dell’accampamento dell’esercito del regno del Sud.
-attaccheremo la torre del Re, all’alba del nuovo giorno. Gli ordini sono di non fare prigionieri e di conquistare la struttura a tutti i costi.- rispose l’adolescente.
-hai imparato bene la lezione vedo-fece con un sorriso compiaciuto l’altro- ma i superiori hanno scordato un piccolo dettaglio-
-e quale?-
-che domani all’alba sarà la Torre stessa a farci vincere-
Il silenzio scese per qualche secondo attorno al focolare. Troppo grande era il rispetto per quella figura ammantata e segnata su ogni centimetro della propria pelle dalla furia delle battaglie, per poterla deridere con facilità.
 Preso coraggio Nimrot parlò:-cosa starebbe a significare? Una torre non può farci vincere da sola-
-quello non è un bastione come tanti altri. In quell’oscuro edificio si accese per la prima volta l’odio fratricida che ha rotto in decine di regni la nostra un tempo unita patria. Le sue cupe merlature hanno visto il Re uccidere il popolo del fratello, hanno contemplato le vendette sanguinose che ne sono scaturite, si sono immerse nella furia dei combattimenti. Quella Torre che tu vedi li, fiera ed immobile è sozza ed arrogante almeno quanto lo sono i baroni che ci governano e che disseminano la morte nei nostri campi. Nella lunga guerra che è la nostra storia mai nessuno è riuscito a sottometterla per più di un anno, o forse due. I mesi solitamente sono l’unità di misura che si addice ai padroni di quella nefasta rocca-fu la risposta del sergente.
-Ma è logico che non sia mai stata controllata per lungo tempo. Essa si trova al crocevia delle rotte di quasi tutti i regni e ne delimita inesorabilmente i confini. Non potrà mai che essere la chiave di volta di ogni campagna militare.- azzardò il ragazzo.
-Scempiaggini!-fece secco il compagno- Chiedi a qualche fortunato veterano in che modo essa viene periodicamente conquistata… Porte nascoste tra le mura scoperte per pura fortuna dagli esploratori, mura ricoperte di rampicanti robustissimi, accessi lasciati incustoditi. Per non parlare delle sentinelle che precipitano per metri nelle tenebre senza che nessuno se ne accorga! E poi ci sono gli scalini a chiocciola, tanto scivolosi quanto ripidi. Ma a farne le spese sono sempre i difensori, mai gli assalitori.-
-cosa vorrebbe dire questo, che una costruzione inanimata ci “aiuterebbe in battaglia”? che non ci saranno morti tra le nostre fila? E poi perché dovrebbe aiutare solo gli attaccanti?- Nimrot non riusciva più a contenere il suo stupore, ora che il vecchio aveva rivelato appieno la sua follia.
-niente di tutto ciò-rispose, ed un ghigno si dipinse sul volto irsuto e d altero- vedrai che domani i morti neanche si conteranno, da entrambe le parti. Troppa sarà la brama sanguinaria dei nostri comandanti, e poi non è certo la nostra salvezza ciò che la Torre vuole. Io però ho capito benissimo il suo piano:- ed avvicinandosi all’orecchio dell’interlocutore,in un bisbiglio proseguì- lei vuole solo la nostra rovina; la rovina di tutti. Lei odia le persone,e sa che l’unico modo per mantenere quest’odio acceso e che la guerra non finisca. Il problema è che la guerra è lei stessa! Chi controlla la Torre vince, parole dell’antico Re, ricordi? Ma cosa succede se la rocca stessa non si facesse controllare? Se non fosse possibile conquistarla per sempre? Questo è il motivo per cui, in una maniera od in un’altra domani vinceremo… Adesso però sono stufo di queste chiacchiere, tanto più che tu penserai che siano solo le superstizioni di un vecchio pazzo. A domani Nimrot…- e così come aveva iniziato il sergente si alzò e scomparve tra i lembi del suo mantello e quelli della notte, lasciando Nimrot solo con i suoi cupi pensieri.

L’alba alfine arrivò e l’esercito era pronto sulla collina che dominava la valle del sinistro bastione. Possente la struttura, possenti le mura e numerosi i suoi difensori. Ma nulla spaventava la belligeranza dei comandanti i quali fecero squillare le trombe e dettero il “via” all’attacco. In molti fecero caso al fortunato esito della battaglia, che si contraddistinse per quegli stessi strani episodi enumerati la notte prima dal sergente. Ma come si sa “la fortuna aiuta gli audaci” e come tali amavano dipingersi i superiori di Nimrot, perciò la cosa non impressionò più di tanto la compagine. Nimrot però non fu cieco a quei segnali, i quali davano evidente ragione al vecchio sottoufficiale. Mai si sarebbe augurato una smentita peggiore. Superato il primo cancello la sua squadra stava attaccando con successo gli arcieri appostati lungo i merli interni del secondo cancello, il quale era inspiegabilmente aperto. Mentre i soldati vi passavano sotto, incitati dalla carica dei tamburi un suono secco avvertì i più scaltri del pericolo imminente: il cancello si stava abbassando su di essi. Il giovani riuscì ad evitare un’ orribile morte con un balzo felino, cosa che il sergente non ebbe il tempo neanche di pensare. Con le lacrime agli occhi il ragazzo si avvicinò alla figura mortalmente dilaniata: -….. ci odia…- furono le sue ultime parole. La battaglia era vinta, il prezzo di vite umane, come sempre, fu altissimo, tanto alto che convinse lo stesso adolescente della falsità delle parole del defunto superiore. La vittoria fu sì fortunata infatti, ma conquistata con una sanguinosa ferocia, tanto che la nuova guarnigione si trovava nell’assoluta necessità di chiedere rinforzi.
Furono pertanto inviati dei messi recanti richiesta urgente di rinforzi. Appresa appieno l’importanza strategica del bastione l’alto comando dell’esercito del Sud si decise per una mossa definitiva: inviò un contingente enorme, a difesa della Torre. Mai prima di allora tanti uomini avevano difeso un solo avamposto.
Fanti, cavalieri, genieri, lancieri, picchieri, arcieri, balestrieri, frombolieri ed ogni sorta di reggimento militare erano stati inviati per difendere quella che simboleggiava agli occhi di tutti il vero fulcro della guerra, l’unica ragione con la quale poter vincere finalmente il conflitto. Anche il giovane Nimrot rimase d’istanza al bastione. Ripresosi dal duro colpo che fu la morte del Sergente, passava sovente le proprie giornate di guardia tra le spesse feritoie della rocca, scrutando mesto l’orizzonte. I giorni passarono così con noia e malinconia, interrotti a volte dagli avvistamenti delle spie nemiche. Fu subito chiaro all’alto comando che gli avversari, notato il massiccio spiegamento di forze meridionali, si stesse preparando ad uno scontro memorabile.
Qualche mese dopo la presa della Torre la linea azzurra che divideva le vaste pianure con il cielo si tinse di un cupo nero: era l’esercito dell’Ovest, pronto a dare battaglia. Sebbene fosse anche più numeroso dei difensori questi ultimi non temevano nulla, forti della loro posizione strategicamente imbattibile. All’alba del giorno successivo alla tremenda apparizione la battaglia ebbe inizio.
Centinaia di frecce oscurarono il cielo, enormi massi vennero scagliati da entrambe le parti;ma nulla sembrava scalfire le dure pareti dell’avamposto. Gli assalitori tentarono un attacco frontale, decisi ad eliminare qualsiasi resistenza una volta per tutte. Ma le loro speranze furono vanificate dall’ardore dei difensori, i quali sembravano determinati a vincere la battaglia. Nulla poteva far cadere la Torre, così ben guarnita da risultare letteralmente inattaccabile. Le ondate di soldati si infrangevano contro i cancelli insanguinati ed ormai l’esercito dell’Ovest era allo sbando. Quando ad un tratto la terra tremò sotto i piedi dei guerrieri ed un rumore ancora più assordante del clangore della battaglia sovrastò ogni cosa. Pietre iniziarono a cadere sopra le teste dei combattenti stupefatti, mentre i cancelli del bastione stavano contorcendosi con un orrendo stridio. Stava crollando; la Torre stava crollando su se stessa e nulla poteva impedire l’agghiacciante tragedia. Una nube rossiccia, come la terra tinta dal sangue tutt’intorno, si alzò all’improvviso mentre l’incredibile fortino implodeva, in un mare di calcinacci, polvere, pietra e morti…

-Capisci quindi giovane GabrielPietro cosa successe? Era stata lei, la Torre stessa a decidere di distruggersi-
-lo avete detto già varie volte, ma ancora non me ne avete spiegato il motivo.- rispose il giovane soldato, seduto davanti al focolare dell’accampamento.
-Perché lei ci odia, odia noi uomini… e quando ha capito che per la prima volta un esercito avrebbe retto all’attacco, quando ha capito che la guerra stava per essere vinta proprio grazie a lei, si distrusse. Pochi sopravvissero al raccapricciante crollo, ed insieme a questi meschini sopravvisse anche la guerra…perché la Torre è stata ricostruita, e continuerà ad odiarci, ed ad ucciderci.- il vecchio sergente indicò la nuova rocca, che si ergeva sull’accampamento dell’esercito del Sud, ancora più maestosa, ancora più sinistra della precedente.
-Sergente, queste sono sciocchezzuole da raccontare ad altri novellini; e comunque non vedo il motivo di spaventare così le nuove reclute, in vista di un assalto per giunta!- con tali decise parole GabrielPietro si accomiatò, lasciando il focolare e recandosi nella tenda di un commilitone suo amico.
Coricatosi sul proprio pagliericcio trovò difficile prendere sonno, la tensione prima della battaglia e le parole udite dal vecchio lo avevano scosso. Data una botta al compagno chiese:
-stasera ho parlato ancora con quel vecchio sottoufficiale, si può sapere da dove prende quelle storie agghiaccianti sulla Torre-
-lascialo perdere, è un sopravvissuto del Crollo, già è tanto che sia vivo, oltre che un po’ picchiatello- fu l’assonnata risposta.
-come hai detto che si chiama?- continuò GabrielPietro.
-non l’ho detto… ad ogni modo il suo nome è Nimrot. Ma ora dormi, non sarà facile conquistare la Torre domani.-
Ciò detto, i due si addormentarono.    

                                                                                                                 Lorenzo Quadrini