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lunedì 21 febbraio 2011

Monday Tales- senza titolo

Lo ammetto, ho saltato un lunedi... ma adesso sono tornato, con una mia creazione abbastanza recente. Si tratta di un racconto sull'amore (tema da me affrontato davvero poco), ispirato al concetto di "ciclicità del tempo". Ammetto di averlo scritto mentre sentivo le "quattro stagioni". Inoltre non ha titolo, perchè non ne ho trovato ancora uno adatto, quindi meglio non metterlo, piuttosto che sceglierne uno forzato. Spero vi piaccia!







-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Sud- rispose alzando la vecchia ed ossuta mano il Viandante.

Era Primavera quando il Giovane iniziò a cercare il suo vero amore. Egli l’aveva vista passeggiare leggiadra e sospesa sui verdi prati e attraverso le dolci foreste che ora anche lui ripercorreva, nel tentativo di trovarla. Veloce e noncurante passò interi campi di delicate primule, distese di orgogliose ortensie ed innumerevoli orchidee, che sembravano essere sbocciate come per magia al passaggio della favolosa creatura che il ragazzo andava inseguendo. Violette e ciclamini, myosotis e magnolie, papaveri, nasturzi, margherite e lavanda, lillà e mughetto. La natura era in festa ed esplodeva di quella forza vitale di cui solo un fiore può essere testimone vero e fedele. Ma il Giovane era insensibile a cotanta bellezza, perché ne inseguiva una a dir poco maggiore, egli correva verso la felicità eterna, verso l’immortale speranza.

-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Est-  disse l’augusto Viandante, con un cenno dello stanco capo.

Era Estate ed il Giovane continuava la sua folle corsa, calpestando innumerevoli miglia, notte e giorno, sempre seguendo le flebili tracce del suo vero amore, sentendo l’appena percettibile scia di profumo. Profumo di pino e melograno, di melissa e di glicine, di lauro e di larice, di mirtillo, salvia e sambuco. Era il di lei odore o forse oramai egli non riusciva più a distinguere la differenza di tutte quelle piante e frutti e fiori dall’ essenza che andava disperatamente incalzando? Ma il tempo non permette soste ne remore di sorta, bisognava continuare e non disperare. Troppo evidenti i segni del suo passaggio, troppo chiari i suoi richiami. Il bosco era un turbinio di colori, gli alberi ondeggiavano allegri e festosi, piegati dal vento di levante, ed ogni cosa era concerto e festa.

-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Nord- sospirò il Viandante, stiracchiando le decrepite membra.

Era Autunno ed il sonno prese il Giovane. La luce iniziava a scendere durante le lunghe e noiose giornate, e la foresta si preparava a riposare. D’oro e d’argento diventavano i forti pioppi e le nodose querce. Un morbido tappeto allietava gli stanchi piedi del Giovane, che sovente trovava ristoro sotto le fronde degli antichi platani e dei maestosi tigli. Il canto degli uccelli continuava ad accompagnare la sua corsa infinita, ma adesso al suo passaggio non vedeva altro che le foglie cadere, i fiori morire e gli animali scappare. Eppure il riposo non era neanche contemplato, la ricerca non era finita poiché se si sforzava egli ancora percepiva la presenza del suo vero amore. L’aveva trovata nell’odore di legna muschiata, nella bellezza del giallo e del verde del bosco, nelle gocce di rugiada e pioggia sopra i fiori appassiti.

-Avete visto il mio vero amore?- chiese il Giovane.
-Verso Ovest- mormorò il Viandante, immobile.

Era Inverno, tutto era bianco, anche il Giovane, disperato e sfinito. Nivea bianchezza cadeva dal cielo plumbeo e senza vita della foresta. Tutt’intorno era solo silenzio, insopportabile come un urlo continuo e petulante, che permeava ogni cosa uccidendola. Muti gli uccelli, muti gli alberi un tempo forti e gagliardi ed ora spogli e nudi come cadaveri. Il Giovane aveva perso la strada, aveva perso le tracce di lei, l’aveva abbandonata. Distrutto e sfinito si ritrovò a camminare, incerto e malconcio verso una polla d’acqua, oramai ghiacciata. Egli si vide riflesso e si spaventò della sua stessa immagine, tanto si era fatto vecchio e decrepito. La sua ricerca era giunta al termine, quando un ombra gli si avvicinò, veloce come lo era lui un tempo, per poi chiedergli:

-Avete visto il mio vero amore?-

Passò qualche minuto prima che rispondesse. Egli pensò alla sua ricerca, alle sue fatiche, alle sue speranze. Poi notò la bellezza dei fiocchi di neve, la perfezione dei gambi ghiacciati della rosa canina, il candore e la purezza dei prati, la tristezza pacata e meravigliosa dei salici in lacrime. Fu allora che la rivide ed alzò la mano:

-Verso Sud- rispose.



                                                                                                               Lorenzo Quadrini

lunedì 7 febbraio 2011

Monday Tales- Non trovo l'uscita

Ed eccoci al solito appuntamento del lunedi. Oggi voglio disseppellire un vecchissimo scritto, uno dei primissimi, agli albori della mia fulgida carriera. Scherzi a parte, semmai la mia carriera diverrà fulgida non credo che lo dovrò a questo scritto, ma ai fini del blog tutto fa brodo!
buona lettura                                                             



                                                 NON TROVO L’USCITA

Non trovo l’uscita. Ci provo, ci riprovo ma non la trovo. Eppure deve essere da qualche parte. Quanti giorno sono chiuso ormai? Fuori da ogni contatto umano, fuori da ogni rapporto, fuori dalla luce, dal buio, dall’ombra. Oramai non sento più neanche Lui. Tuttavia è stato Lui a farmi entrare. Mi ha attirato, con facili promesse. E molte le ha mantenute, irretendomi, adulandomi, viziandomi, facendomi assuefare ai suoi modi, al suo lusso, alla sua potenza, aumentando sempre più la mia mollezza. Nondimeno non sono certo nata ieri. Io e la mia “razza” siamo combattenti, sveglie, veloci, arrampicatrici. Ma  non è servito a nulla.
Poco fa uno spiraglio, un po’ di luce, un po’ d’aria. Era Lui. Voleva vedere se ero già morta. Vorrei rimanere viva solo per il dispetto, solo per fargli un torto, l’unico che potrei fare in queste condizioni. Quell’essere infatti mi controlla senza sosta; detiene il potere unico, è tutto ciò che ho, è il mio destino. E dire che nel primo istante, quando “la scatola” è calata su di me per la prima volta, accompagnata da quel vago sentore di morte, io pensai ad uno scherzo. Non potevo credere che il mio benefattore potesse volermi del male. Anzi addirittura non riuscivo a concepire una cosa del genere. Solo il tempo mi squarciò il velo di menzogne che avevo costruito sulle Sue menzogne, aiutandomi a capire. Capii che non mi aveva intrappolato per farmi riposare, come congetturai il secondo giorno. Capii che non mi avrebbe più cibato, più saziato, più soddisfatto già il terzo giorno. Il quarto soltanto intuii che voleva la mia sofferenza, che voleva essere partecipe della mia fine. Non solo, Lui voleva essere l’incarnazione della mia fine. Lo seppi non appena studiai i suoi movimenti, dapprima sempre atti ad aprire una fessura, per farsi un’idea del mio stato di salute, come se non aspettasse altro che io spirassi. Poi si fece più cauto, mi concesse del tempo, divenne calmo, calcolatore e freddo. Per usare una sua espressione mi “cosse nel mio stesso brodo”. Quanto dovetti soffrire, quanto dovetti penare!
La furia cieca mi travolse il quinto giorno. Un record sicuramente imbattuto. Non morire in quelle condizioni sfiorava la follia. Sbattei sulle pareti, quelle morbide pareti inviolabili che erano la mia prigione e la mia tomba. Urlai, stridei, combattei, sempre sconfitta e sempre umiliata. Che peso tremendo sul mio cuore! Essere tradita dallo stesso che fino ad allora mi aveva accudita e protetta. Un peso, un macigno gravava sulla mia anima, come se non potessi respirare, come se fossi sott’acqua, senza più appigli, senza salvezza. Il fiato era mozzato, gli occhi strabuzzati. Lacrime scendevano, di rabbia e costernazione; di tristezza ed amarezza, lacrime di morte.
E così arriviamo alla fine dei miei giorni. D’altro canto come potevo sperare in un lieto fine? Lui, quel Lui che era stato mio compagno si è trasformato in carnefice. Ma poteva essere altrimenti? Così grande, enorme, immenso, infinito; ed io così piccola ed indifesa. Ormai ho scacciato via i “perché”, i “come mai”, e quasi non penso più a quelle sue mani, divenute artigli e catene. C’è dolore in questa scatola, ma anche rassegnazione. Non resisterò più, ti darò la soddisfazione che cerchi, ti darò ciò che hai sempre voluto, ti darò tutto ciò che ho. Ti darò la mia vita; è tua, prendila.
Infine, mentre esalo l’ultimo respiro, rido. Sghignazzo e sogghigno, rido di me e della mia stupidità, della mia ingenuità, mi regalo un ultimo momento felice. Non mi interessa più nulla, non mi interessa rivedere le verdi praterie ed il cielo cobalto. Nulla mi appartiene adesso.
Ma d’altronde, si è mai sentito di una lucertola che fa amicizia con un ragazzino?



                                                                                                              L. Quadrini 

lunedì 31 gennaio 2011

Monday Tales- La Torre che odiava gli uomini

Carissimi,
scusate l'assenza di nuovi post ma durante la settimana appena passata sono stato male! Nulla che scalfisca il monday tale però, non preoccupatevi! Ad ogni modo entro domani sarà prono anche un nuovo post che reputo abbastanza divertente... Per ora godetevi questo nuovo racconto!

                     La Torre che odiava gli uomini


“Ti abbiamo costruito mattone su mattone,
muro su muro, pietra su pietra,
ma a nulla tu sei servita
perché tu eri torre senza padrone,
tetto senza parete
e porta senza mete”


Quando il regno dell’Ovest andò alla conquista delle Vaste Pianure il Re decise di disseminare i suoi nuovi domini di torri e castelli, in modo da poter soggiogare per sempre le ribelli popolazioni. Il Re non teneva conto che le offese che egli recava a quella gente (il popolo del suo stesso fratello di sangue!) non erano tali da consentire perdono alcuno. Ma l’idea era buona, e le centinaia di torri svolsero talmente bene il loro lavoro che divenne più importante per le fazioni in guerra conquistare queste, piuttosto che le grandi città. Gli anni passarono, ed il grande Re morì; con lui però non se ne andò l’astio che si era infiltrato nella famiglia reale, ormai dilaniata da scontri fratricidi e spezzettata sempre più in gruppi e fazioni.
Durante la prima guerra una torre in particolare divenne il vanto del grande Re, a causa della sua possenza, della grandezza delle sue pietre indistruttibili e della sua posizione, che la rendeva praticamente inespugnabile. Naturalmente la sua stessa natura impenetrabile trasformò la Torre nell’obiettivo principe di tutte le campagne militari che si andarono susseguendo nel corso dei secoli. Stranamente la struttura stessa, a dispetto delle sue peculiarità, sembrava essere difficile da difendere, non potendosi neanche contare i capovolgimenti di fronte che la vedevano protagonista; assieme ai fatti della più strana natura i quali sovente si manifestavano tra le sue mura. Fatti questi ultimi che conferirono alla rocca una lugubre nomea. Ma la superstizione dei soldati non poteva certo batterne l’importanza strategica e pertanto le guerre continuavano, più sanguinose che mai… 

-Questa insomma è la tua prima campagna militare…come hai detto di chiamarti?- il tono rude, il volto solcato dalle mille rughe dei veterani e gli occhi gelidi, privi di emozione, facevano del sergente una persona più severa di quanto non fosse in realtà.
-sono Nimrot signore- rispose incerto il giovane a cui si era rivolto l’esperto militare.
-Nimrot, bel nome. Sai cosa succederà domani-
I due si trovavano davanti ad un fuoco, nel bel mezzo dell’accampamento dell’esercito del regno del Sud.
-attaccheremo la torre del Re, all’alba del nuovo giorno. Gli ordini sono di non fare prigionieri e di conquistare la struttura a tutti i costi.- rispose l’adolescente.
-hai imparato bene la lezione vedo-fece con un sorriso compiaciuto l’altro- ma i superiori hanno scordato un piccolo dettaglio-
-e quale?-
-che domani all’alba sarà la Torre stessa a farci vincere-
Il silenzio scese per qualche secondo attorno al focolare. Troppo grande era il rispetto per quella figura ammantata e segnata su ogni centimetro della propria pelle dalla furia delle battaglie, per poterla deridere con facilità.
 Preso coraggio Nimrot parlò:-cosa starebbe a significare? Una torre non può farci vincere da sola-
-quello non è un bastione come tanti altri. In quell’oscuro edificio si accese per la prima volta l’odio fratricida che ha rotto in decine di regni la nostra un tempo unita patria. Le sue cupe merlature hanno visto il Re uccidere il popolo del fratello, hanno contemplato le vendette sanguinose che ne sono scaturite, si sono immerse nella furia dei combattimenti. Quella Torre che tu vedi li, fiera ed immobile è sozza ed arrogante almeno quanto lo sono i baroni che ci governano e che disseminano la morte nei nostri campi. Nella lunga guerra che è la nostra storia mai nessuno è riuscito a sottometterla per più di un anno, o forse due. I mesi solitamente sono l’unità di misura che si addice ai padroni di quella nefasta rocca-fu la risposta del sergente.
-Ma è logico che non sia mai stata controllata per lungo tempo. Essa si trova al crocevia delle rotte di quasi tutti i regni e ne delimita inesorabilmente i confini. Non potrà mai che essere la chiave di volta di ogni campagna militare.- azzardò il ragazzo.
-Scempiaggini!-fece secco il compagno- Chiedi a qualche fortunato veterano in che modo essa viene periodicamente conquistata… Porte nascoste tra le mura scoperte per pura fortuna dagli esploratori, mura ricoperte di rampicanti robustissimi, accessi lasciati incustoditi. Per non parlare delle sentinelle che precipitano per metri nelle tenebre senza che nessuno se ne accorga! E poi ci sono gli scalini a chiocciola, tanto scivolosi quanto ripidi. Ma a farne le spese sono sempre i difensori, mai gli assalitori.-
-cosa vorrebbe dire questo, che una costruzione inanimata ci “aiuterebbe in battaglia”? che non ci saranno morti tra le nostre fila? E poi perché dovrebbe aiutare solo gli attaccanti?- Nimrot non riusciva più a contenere il suo stupore, ora che il vecchio aveva rivelato appieno la sua follia.
-niente di tutto ciò-rispose, ed un ghigno si dipinse sul volto irsuto e d altero- vedrai che domani i morti neanche si conteranno, da entrambe le parti. Troppa sarà la brama sanguinaria dei nostri comandanti, e poi non è certo la nostra salvezza ciò che la Torre vuole. Io però ho capito benissimo il suo piano:- ed avvicinandosi all’orecchio dell’interlocutore,in un bisbiglio proseguì- lei vuole solo la nostra rovina; la rovina di tutti. Lei odia le persone,e sa che l’unico modo per mantenere quest’odio acceso e che la guerra non finisca. Il problema è che la guerra è lei stessa! Chi controlla la Torre vince, parole dell’antico Re, ricordi? Ma cosa succede se la rocca stessa non si facesse controllare? Se non fosse possibile conquistarla per sempre? Questo è il motivo per cui, in una maniera od in un’altra domani vinceremo… Adesso però sono stufo di queste chiacchiere, tanto più che tu penserai che siano solo le superstizioni di un vecchio pazzo. A domani Nimrot…- e così come aveva iniziato il sergente si alzò e scomparve tra i lembi del suo mantello e quelli della notte, lasciando Nimrot solo con i suoi cupi pensieri.

L’alba alfine arrivò e l’esercito era pronto sulla collina che dominava la valle del sinistro bastione. Possente la struttura, possenti le mura e numerosi i suoi difensori. Ma nulla spaventava la belligeranza dei comandanti i quali fecero squillare le trombe e dettero il “via” all’attacco. In molti fecero caso al fortunato esito della battaglia, che si contraddistinse per quegli stessi strani episodi enumerati la notte prima dal sergente. Ma come si sa “la fortuna aiuta gli audaci” e come tali amavano dipingersi i superiori di Nimrot, perciò la cosa non impressionò più di tanto la compagine. Nimrot però non fu cieco a quei segnali, i quali davano evidente ragione al vecchio sottoufficiale. Mai si sarebbe augurato una smentita peggiore. Superato il primo cancello la sua squadra stava attaccando con successo gli arcieri appostati lungo i merli interni del secondo cancello, il quale era inspiegabilmente aperto. Mentre i soldati vi passavano sotto, incitati dalla carica dei tamburi un suono secco avvertì i più scaltri del pericolo imminente: il cancello si stava abbassando su di essi. Il giovani riuscì ad evitare un’ orribile morte con un balzo felino, cosa che il sergente non ebbe il tempo neanche di pensare. Con le lacrime agli occhi il ragazzo si avvicinò alla figura mortalmente dilaniata: -….. ci odia…- furono le sue ultime parole. La battaglia era vinta, il prezzo di vite umane, come sempre, fu altissimo, tanto alto che convinse lo stesso adolescente della falsità delle parole del defunto superiore. La vittoria fu sì fortunata infatti, ma conquistata con una sanguinosa ferocia, tanto che la nuova guarnigione si trovava nell’assoluta necessità di chiedere rinforzi.
Furono pertanto inviati dei messi recanti richiesta urgente di rinforzi. Appresa appieno l’importanza strategica del bastione l’alto comando dell’esercito del Sud si decise per una mossa definitiva: inviò un contingente enorme, a difesa della Torre. Mai prima di allora tanti uomini avevano difeso un solo avamposto.
Fanti, cavalieri, genieri, lancieri, picchieri, arcieri, balestrieri, frombolieri ed ogni sorta di reggimento militare erano stati inviati per difendere quella che simboleggiava agli occhi di tutti il vero fulcro della guerra, l’unica ragione con la quale poter vincere finalmente il conflitto. Anche il giovane Nimrot rimase d’istanza al bastione. Ripresosi dal duro colpo che fu la morte del Sergente, passava sovente le proprie giornate di guardia tra le spesse feritoie della rocca, scrutando mesto l’orizzonte. I giorni passarono così con noia e malinconia, interrotti a volte dagli avvistamenti delle spie nemiche. Fu subito chiaro all’alto comando che gli avversari, notato il massiccio spiegamento di forze meridionali, si stesse preparando ad uno scontro memorabile.
Qualche mese dopo la presa della Torre la linea azzurra che divideva le vaste pianure con il cielo si tinse di un cupo nero: era l’esercito dell’Ovest, pronto a dare battaglia. Sebbene fosse anche più numeroso dei difensori questi ultimi non temevano nulla, forti della loro posizione strategicamente imbattibile. All’alba del giorno successivo alla tremenda apparizione la battaglia ebbe inizio.
Centinaia di frecce oscurarono il cielo, enormi massi vennero scagliati da entrambe le parti;ma nulla sembrava scalfire le dure pareti dell’avamposto. Gli assalitori tentarono un attacco frontale, decisi ad eliminare qualsiasi resistenza una volta per tutte. Ma le loro speranze furono vanificate dall’ardore dei difensori, i quali sembravano determinati a vincere la battaglia. Nulla poteva far cadere la Torre, così ben guarnita da risultare letteralmente inattaccabile. Le ondate di soldati si infrangevano contro i cancelli insanguinati ed ormai l’esercito dell’Ovest era allo sbando. Quando ad un tratto la terra tremò sotto i piedi dei guerrieri ed un rumore ancora più assordante del clangore della battaglia sovrastò ogni cosa. Pietre iniziarono a cadere sopra le teste dei combattenti stupefatti, mentre i cancelli del bastione stavano contorcendosi con un orrendo stridio. Stava crollando; la Torre stava crollando su se stessa e nulla poteva impedire l’agghiacciante tragedia. Una nube rossiccia, come la terra tinta dal sangue tutt’intorno, si alzò all’improvviso mentre l’incredibile fortino implodeva, in un mare di calcinacci, polvere, pietra e morti…

-Capisci quindi giovane GabrielPietro cosa successe? Era stata lei, la Torre stessa a decidere di distruggersi-
-lo avete detto già varie volte, ma ancora non me ne avete spiegato il motivo.- rispose il giovane soldato, seduto davanti al focolare dell’accampamento.
-Perché lei ci odia, odia noi uomini… e quando ha capito che per la prima volta un esercito avrebbe retto all’attacco, quando ha capito che la guerra stava per essere vinta proprio grazie a lei, si distrusse. Pochi sopravvissero al raccapricciante crollo, ed insieme a questi meschini sopravvisse anche la guerra…perché la Torre è stata ricostruita, e continuerà ad odiarci, ed ad ucciderci.- il vecchio sergente indicò la nuova rocca, che si ergeva sull’accampamento dell’esercito del Sud, ancora più maestosa, ancora più sinistra della precedente.
-Sergente, queste sono sciocchezzuole da raccontare ad altri novellini; e comunque non vedo il motivo di spaventare così le nuove reclute, in vista di un assalto per giunta!- con tali decise parole GabrielPietro si accomiatò, lasciando il focolare e recandosi nella tenda di un commilitone suo amico.
Coricatosi sul proprio pagliericcio trovò difficile prendere sonno, la tensione prima della battaglia e le parole udite dal vecchio lo avevano scosso. Data una botta al compagno chiese:
-stasera ho parlato ancora con quel vecchio sottoufficiale, si può sapere da dove prende quelle storie agghiaccianti sulla Torre-
-lascialo perdere, è un sopravvissuto del Crollo, già è tanto che sia vivo, oltre che un po’ picchiatello- fu l’assonnata risposta.
-come hai detto che si chiama?- continuò GabrielPietro.
-non l’ho detto… ad ogni modo il suo nome è Nimrot. Ma ora dormi, non sarà facile conquistare la Torre domani.-
Ciò detto, i due si addormentarono.    

                                                                                                                 Lorenzo Quadrini

lunedì 24 gennaio 2011

Monday Tales- Il Tesoro di Ur

Cari lettori,
quello che vi presento, per il monday tales di questa settimana, è uno dei miei primi racconti, che perciò alcuni di voi avranno già letto in sedi più private. Non posso però non presentarlo in questo blog, sperando di poter ricevere qualche nuovo utile consiglio. Grazie a tutti per la vostra partecipazione!



                                                         Il Tesoro di Ur




-Certo che si trova lì, dove pensa che sia rimasto per tutti questi anni? Tutti sanno che dentro la ziqqurat di Ur si cela il tesoro di Mitra. Tutti sanno dove è, come è fatto, da dove viene, quanto è prezioso. Ma nessuno lo ha mai preso. Nessuno-
-Ma cosa mi sta cercando di dire, che tutta la città sa del tesoro e mai nessuno lo ha preso?-
-Naturalmente -rispose il vecchio- nessuno lo ha mai rubato. Il tesoro non si può prendere. Il tesoro non si fa prendere. E poi si sa che non è quello il vero tesoro di Mitra-
-E questo che significa-
-niente… non significa niente. Arrivederci-

Ciò detto il vecchio arabo se ne andò, così come era venuto, lasciando da solo il Cercatore. Ramingo, sperduto in un posto che non conosceva e che non amava, si alzò dalla panca della taverna, uscendo in cerca di aria fresca. La notte aveva presto posto nel cielo poco prima turchese ed una luna giallastra, quasi tisica agli occhi di un medico, illuminava scarsamente la perduta città di Ur. Piena di gente della più disparata specie, proveniente da tutto il mondo; era dotata di un cosmopolitismo anomalo agli occhi di uno straniero. C’era vita nelle strette viuzze mai abbandonate, c’era la presenza di un passato mai finito e di un presente mai arrivato. Al Cercatore la Storia non interessava, non si chiedeva chi comandasse chi, cosa stesse sopra a cosa. La sua ossessione lo portava ad essere superficiale per tutto ciò che non riguardasse direttamente il tesoro. Fu una fortuna per lui che il Re non era più sovrano di quelle terre, e che non ci volesse particolare prudenza nel domandare e nel cercare. In realtà ,proprio come gli aveva detto il vecchio, era facile entrare nella ziqqurat, così come era facile uscirvi. E tutti lo potevano fare, anche i forestieri. Ma allora perché il tesoro era ancora lì? Qual era il mistero che lo circondava? Quale forza lo preservava dalla inevitabile appropriazione? Ci avrebbe pensato la mattina dopo, quando si sarebbe preparato per entrare nella struttura a gradoni, in modo da far suo il tesoro di Mitra. Il tesoro, quale fantastico miraggio di gloria, di ricchezza, di fama! Dicono che la stessa madre Anahita lo abbia regalato al figlio, al “Grande Re”, a Mitra, per festeggiarne la nascita e la potenza. Si favoleggia di ori, di gemme preziose, di coppe con incastonati lapislazzuli e zaffiri, di orci contenenti la polvere di diamante più pura, di rubini lavorati con tale maestria da riprodurre le fattezze degli occhi delle fanciulle. Di fiori interamente in argento, con i petali di delicata ambra, e poi ancora collane, anelli e diademi, corone e bracciali, vasi e ceramiche. Ed infine, la più grande ricchezza di questa terra, l’opera d’arte di così fine lavorazione da sfiorare essa stessa la vita, quella  vita che Varuna ha donato ai  suoi sudditi: il toro d’oro. Un toro interamente di metallo, con pregevoli ricamature e fantastici orli preziosi, dagli occhi verdi di vero smeraldo. Un essere perfetto, non una semplice statua. Questo attendeva il Cercatore, questo egli cercava. Prima di recarsi nell’ostello che lo ospitava passò davanti alla ziqqurat, come se fosse legato ed attratto ad essa da un filo invisibile. La piramide di ancestrale memoria si stagliava sul nero dell’orizzonte, pallida e minacciosa, salda a quella sabbia così gelida di notte, ma torrida e impraticabile di giorno. La struttura non era neanche sorvegliata, e la strada che portava all’entrata, sebbene lastricata, risentiva di una noncuranza, di un abbandono graduale ed inevitabile.

Una volta entrato in stanza non prese neanche la briga di svestirsi e di fare la solita toletta. Si gettò sul letto e dormì profondamente. Fu svegliato dopo un periodo che gli parse breve (poiché è sempre breve il tempo per il dormiente) da un odore fortissimo di incenso. Quando aprì gli occhi si rese conto che non si trattava solo di un sentore olfattivo, ma anche di fumo. Una coltre spessa e densa gli impediva la vista. Tra le nubi intravide allora una figura ammantata, con uno strano copricapo, un berretto frigio a prima vista, la quale gli rivolgeva la parola:

-cosa vai cercando?- disse senza presentazioni alcune, con voce bassa ma gradevole.
-un…un tesoro- fu la risposta che sgorgò quasi innaturalmente dalla bocca dello stupito avventuriero.
-un tesoro nella ziqqurat quindi. Perché?- domandò bruscamente la figura.
-perché lo desidero- rispose ancora una volta
-tu credi?- concluse l’incappucciato, senza attendere risposta visto che a quel punto il Cercatore si era svegliato.

L’alba già spuntava tra le dune del deserto che circonda la città di Ur, e lui già era in piedi, neanche troppo scosso dalla visione che lo aveva intrattenuto per tutta la notte. Al contrario della gente normale lui non aveva paura di ciò che non capiva, e quel sogno rientrava in quest’ultima categoria.
Ad ogni modo decise di darsi una rinfrescata, per poter attuare al meglio il piano della giornata. Si cambiò anche d’abito, indossando una giubba nuova e degli stivali di cuoio più comodi. Preparò la sacca dove avrebbe messo i suoi arnesi da scasso, le torce e gli acciarini per accenderle, nonché acqua e cibo ed una bella corda di canapa, utile in ogni occasione. Scese giù e chiese all’oste di servirgli una colazione abbondante, cosa in cui fu subito accontentato. Quando uscì dalla locanda non notò alcuno degli sguardi di curiosità o di rimprovero che spesso lo avevano accompagnato nei suoi precedenti viaggi. Tutti a Ur sapevano cosa si accingeva a fare e per tutti la cosa rientrava nella normalità. Il Cercatore, nella sua monogamia di pensiero, non si preoccupò neanche di questo poiché neppure l’anormale e l’insolito lo toccavano se questi non toccavano i suoi scopi. In poco tempo fu davanti alla ziqqurat. Eccolo lì, solo, di fronte al mastodonte di argilla, levigato dalle sabbie e cotto dall’implacabile sole. Non esisteva portone, porta, tenda o masso che impedisse l’entrata. Il Cercatore si avviò. Dentro il buio era intenso e dava una sensazione soffocante. Accese subito una torcia e diede un’occhiata a ciò che lo circondava. Tutto era desolato, rovinato, diroccato, abbandonato. Strane felci crescevano sopra ogni parete, muschi e licheni (se mai ci siano stati muschi e licheni in una città circondata dal deserto) si erano appropriati delle decorazioni, delle statue e degli stipiti delle porte. Di cui rimanevano tra l’altro solo gli usci, essendo il luogo oltreché derelitto anche vuoto e stranamente spoglio. Il cercatore affrontò strani percorsi, dei più tortuosi e dei più complicati, sempre roso dalla sua spasmodica ricerca. Finalmente intravide un barlume, un rossore proveniente da una stanza defilata e se vogliamo ancora più abbandonata. Entrò dentro e lo vide.
Aveva trovato il tesoro di Mitra.
Afferrò monete, toccò scettri, prese candelabri ed orpelli, si appropriava di ciò che più gli piaceva, senza provare il minimo sollievo, la minima gioia. Quando poi si avvicinò al toro (il famoso toro d’oro, esisteva dunque!) gli parse di aver buttato anni di ricerche, anni di vita, per una cosa della minima importanza.

-Ha visto, alla fine pare che neanche lei lo voglia questo tesoro!- il vecchio gli rivolse la parola all’improvviso, così come era arrivato.
-io…io, non capisco! Questo è tutto ciò che ho sempre cercato, che ho sempre voluto! Devo volerlo, deve essere mio- e così rispondendo il Cercatore iniziava macchinalmente a svuotarsi le tasche rigonfie di ori ed argenti.
-Lei ancora non ha capito che questo non è ciò che cerca, che questo non è il vero tesoro di Mitra?-
-Questo tesoro è stato la mia vita per anni, come faccio a non volerlo? Come posso crederle?-
-Semplicemente perché lei ha smarrito il senso della sua ricerca. Eppure so che ora ha intuito benissimo quello che le sto dicendo, ma si rifiuta di credervi, come tutti la prima volta qui ad Ur. La lascio sola, l’aspetterò alla taverna-

E mentre il vecchio si avviava verso l’uscita,solo allora il Cercatore capì quello che voleva dirgli, capì perché quel paese fosse così strano e pieno di persone tra le più disparate e che solo il vecchio poteva definirsi un vero arabo. Tutta la sua superficialità si diradò ed allora, mentre usciva, comprese che quello non era il tesoro che cercava, non era il tesoro di Mitra.



Lorenzo quadrazza

lunedì 17 gennaio 2011

Monday Tales- La passeggiata

Ed eccoci all'appuntamento del "Racconto del Lunedi". Chissà se riuscirò a tenere il ritmo prefissato e cioè un racconto "serio" (si fa per dire) una volta a settimana e post deliranti a libero piacimento. Ad ogni modo per ora leggete e commentate!

                                                         La Passeggiata        
                                                               

Le ultime luci della cittadina si erano spente; ed insieme ad esse anche i fragori, i respiri, le voci, le musiche e gli schiamazzi dei paesani lentamente erano scomparsi.
Il rumore di un passo. Un secondo appresso al primo e via con il terzo: un uomo stava camminando lungo il viale acciottolato. Era solo, ramingo in mezzo alla strada che gli pareva dilatarsi a causa dell’innaturale silenzio, dell’immobilità che lo circondava. Si fermò un attimo a respirare l’aria novembrina, fredda e tagliente come una lama. L’assenza di profumi, la mancanza di qualsiasi tipo di fragranza, a partire dall’onnipresente aleggiare di legna bruciata fino al lezzo dei tombini pubblici lo colpì per qualche secondo. Riprese a camminare,  il freddo aveva occluso le sue narici evidentemente. Passò il Ponte Maggiore, prestando una particolare attenzione alle acque limacciose del fiume. Chissà che freddo a farsi un bagno adesso, in quello sciabordio melmoso e verdastro. Anche lo scorrere del corso d’acqua, come se volesse dormire insieme a tutta la città, era mesto e farraginoso. L’uomo quasi non riusciva a sentire lo sciacquio della risacca, tanto il rivo era tranquillo. Proseguì ancora, verso il grande Corso d’Onore, dove nelle giornate di primavera si accalcavano i venditori dall’alto della miriade di banchi del grande mercato. I mille colori che contraddistinguevano quel luogo di scambi, amicizie ed amori era ora grigio, come la nebbiolina che spesso scendeva nella zona alta dell’abitato, anche a causa dell’umidità del metifico fiume.

Un altro passo, questa volta non il suo. Si girò per controllare se ci fosse qualcun altro passante insonne, oltre lui. Nessuno. Peccato, non gli sarebbe dispiaciuta della compagnia, pensò tornando sul suo cammino. Continuò per un altro po’, seguito solo dal rumore dei suoi pensieri.
Il suono secco del tacco di una calzatura sulla fredda pietra dei ciottoli interruppe le sue elucubrazioni. Stavolta si voltò quasi di scatto, colto da un brivido di inquietudine. Sebbene la sua unica compagna di viaggio rimanesse quella nebbia lattiginosa qualcosa continuava a lasciarlo turbato. La fioca luce dei lampioni a gas sbatteva sulla coltre fumosa, creando lugubri scorci ed inquietanti immagini lungo i muri delle abitazioni.
Che avesse solo immaginato quei passi lungo il viale? Alla fin fine sono molti gli scherzi che può fare una mente stanca, immersa nel mondo ovattato delle tenebre cittadine. Riprese un po’ del sangue freddo che di solito lo contraddistingueva e, accendendosi una sottile sigaretta, riprese a camminare. Con lui però riprese il viaggio anche il misterioso passettio, che adesso era insistente e cadenzato. Impossibile sbagliarsi, qualcuno gli camminava dietro. L’uomo ripercorse i propri passi, fino a quasi l’imbocco del mercato, senza imbattersi in anima viva. Neanche si era accorto di aver iniziato a chiamare ad alta voce la fantomatica presenza, chiedendole di palesarsi. Attorno a lui però il nulla. Pensò a che ora fosse. Mancava ancora molto all’alba, era vero, ma stava iniziando a chiedersi perché mai non avesse ancora scorto un essere umano che fosse uno.
 L’ora tarda non giustificava quel deserto che era diventato il Corso, strada principale del centro cittadino. Nessuna luce, se non quella innaturale dei lampioni illuminava le case patrizie e le eleganti palazzine. La situazione gli pareva affatto singolare. Quando poi lo scalpiccio che fino a quel momento aveva seguito il suo tragitto iniziò a palesarsi mentre lui ancora non accennava a camminare, rimbombando nel tragico silenzio dei morti meandri urbani, la sigaretta gli cadde di bocca. Il panico scese lungo la schiena del meschino, imperlandogli la fronte di sudore freddo. Iniziò una corsa pazza, che aveva come unico scopo quello di fuggire dal nulla. Le urla uscivano spontanee dal petto dello sventurato.
 Ad un bivio che non riconobbe si fermò, stremato. Il silenzio era insopportabile, poiché non era altro che il precedere del suo infaticabile inseguitore. Grida strazianti, alla ricerca di una guardia, un altro passante, un assonnato cittadino non sortirono effetto alcuno. Lungo i portoni dell’elegante vialetto lastricato solo la sua ombra si sbeffeggiava dell’ingenuo padrone. Fu proprio mentre si sorprese a fissare l’ombra, che gli pareva quasi uscisse dal suo cono di luce giallastro, per poterglisi avvicinare, che pensò di aver perduto il senno. Niente lo stava seguendo, nulla stava cercando di braccarlo. Ma era proprio quello il problema, che in città non c’era nessuno, e che il niente aleggiava nell’aria immobile ed anch’essa vuota. La nebbia scese sempre più fitta lungo le grandi arcate di vialetti oramai sconosciuti.
 E mentre il suono di quei passi, suoi unici compagni, si faceva insopportabilmente assordante egli si perse nel bianco della nebbia e nel buio della sua ombra…




lorenzo quadrazza quadrini

lunedì 10 gennaio 2011

Khymeia

Questo che vi presento è uno dei racconti giudicato dai miei numerosi (3/4) lettori come "più bello".Spero sia così per tutti!


Khymeia



Elvezia 1668, processo a Paracelso.

-Ammettete voi di aver praticato le dottrine oscure dell’alchimia, del ladrocinio, della negromanzia e della stregoneria?-
-Solo la prima-
-Ammettete di aver ricercato l’onniscienza, il senso dell’eterno, l’ouroboros e di aver ridotto il concetto stesso di essere al cosiddetto “En to Pan”?-
-Ammetto-
-Ammettete di aver cercato di trasmutare il piombo in oro?-
-Ammetto-
-Ammettete infine, di aver cercato l’impossibilità della vita eterna?-
-Ammetto e dimostro-
Con quest’ultima frase Paracelso trasse dalla tasca del suo logoro manto una pietra della grandezza di un pugno, striata di rigature ambrate, lucenti e pulsanti come le vene di un animale, luminose come delle gemme. Un coro di sospiri rapiti e di gemiti di stupore sovrastò per un momento la voce dell’inquisitore. Egli però riprese subito la calma che lo contraddistingueva, riportandola anche nell’aula. Dopo qualche minuto di silenzio, nel quale indubbiamente migliaia di domande, di risposte e di dubbi si affollavano nella mente dei presenti, il processo riprese.
-Mostrando codesta “pietra” avete forse intenzione di farmi credere che voi siate riuscito a trovare il “lapis philosophorum”? La vita eterna?-
-Non voglio farvelo credere, ve l’ho già dimostrato. Io sono Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim detto Paracelso, nato ad Einsiedeln nel 1493 e tutt’oggi vivo e vegeto-
-Io invece ho altre idee in merito… messer Cicno Cesellio!- sul viso dell’inquisitore si stampò un malvagio sorriso di vittoria.
-non so chi sia…-iniziò l’accusato.
-Sto parlando di voi, mio caro Cicno. Voi siete uno dei tanti, abilissimi truffatori che sfruttano il nome di un antico studioso di arti ormai dimenticate per poter spillare a dei sempliciotti qualche moneta. Paracelso è morto e voi con esso se non ammettete le vostre colpe, se non confessate subito le vostre malefatte!- inveì l’uomo di legge con cipiglio più che minaccioso.- E vi avviso che tra le tante irregolarità quella dello scambio di persona è forse la meno grave. Avete già confessato difatti di aver praticato l’oscura cabala dell’alchimia; di aver ricercato la vita degli Dei attraverso l’inseguimento dell’onniscienza, del ringiovanimento e della trasmutazione aurea! Voi siete un eretico ed un bugiardo, che brucerà tra le fiamme dell’inferno, e spero anche tra quelle più grette e soddisfacenti del nostro tribunale…- finì l’orribile uomo ghignando animalescamente.

Riprendendo tra le mani la pietra l’alchimista trasse da una seconda tasca una piccola grattugia ed un cucchiaino ancora più minuto. Dopodiché tirò fuori anche una spicciolata di monete di rame, facendo in modo di essere osservato attentamente dall’uditorio e dal suo accusatore.
-Voi vedete codeste monete? Vedete pure come esse siano genuine e provenienti irrimediabilmente dalla tesoreria della nostra confederazione?- prese a dire il dubbio Paracelso.
-vedo…-
-allora cercate di vedere anche questo-
Non appena finì di parlare l’anziano studioso iniziò a grattugiare delicatamente la strana pietra, raccogliendone la polvere nel cucchiaino. Terminata la breve operazione passo a strofinare la poca polvere sulle monete, innalzandole poi sopra il capo. Esse erano gialle e lucenti, come solo l’oro può essere. Vere e proprie urla si alzarono dalle panche ed iniziò ad aleggiare sempre più vivo il grido “Paracelso!”. L’inquisitore riportò il silenzio con grande difficoltà, boccheggiando e schiumando dalla bocca contratta.
-Folli!-attaccò a sbraitare- e voi vi fregiate anche del titolo di confederati degli otto cantoni? Tale è la vostra stupidità di fronte a Dio ed agli Uomini? Perciò un vecchio rattrappito che sa fare giochi di magia adesso è diventato Paracelso, il “re degli alchimisti”, il mago del male?Vi ostinate nell’errore messere, ed è un errore caro!-
-l’alchimia non è un errore è un arte…-
-un arte fraudolenta e pagana!- finì il giurista.
-l’arte di separare il vero dal falso- corresse l’accusato, per poi proseguire- Vi vedo scettico, se non irritato dalla mia dimostrazione e dai miei ragionamenti. Vi dirò perciò due o tre cose, prima di proseguire con una breve dimostrazione pratica. Io sono l’originale Paracelso, colui che è stato, ed è superiore allo stesso Aulo Cornelio Celso, colui il quale vivrà per sempre. Ho introdotto nuovi concetti nell’arte che mi ha incoronato di diritto principe degli alambicchi; ho studiato ogni forma di trasmutazione e di deviazione; ho padroneggiato i tre stadi del “nigredo”, “albedo” e “rubedo” come nessun altro; ho creato la pietra dei filosofi e trovato la panacea a tutti i mali. Ho sconfitto la Morte stessa.-
Ciò detto il saggio alchimista non perse tempo ad ingerire la restante parte della polvere filosofale. Pochi nella ressa che si andò a formare riuscirono a vedere i canuti capelli divenire più scuri della pece, quasi nessuno noto la subitanea assenza di rughe sul suo volto e sulle mani nodose. Ma l’inquisitore vide tutto. Capì come una nuova linfa stesse scorrendo tra le vene di quello che aveva creduto un impostore, un eretico. Trattenne il respiro nel notare come egli si ergesse ora in tutta la sua forza, in tutta la sua riscoperta giovinezza. L’inquisitore tremò.
-non è la prima volta che convinco degli sciocchi scettici ma oggi debbo dire che mi avete fatto sudare più del solito, messere- con una risatina Paracelso accennò ad andarsene, sicuro di se e delle sue facoltà.
Proprio allora però la pietra, poggiata sul banco dove qualche minuto prima lo scienziato aveva dato mostra delle sue arti, iniziò a tremare ed a farsi livida e violacea. Le screziature, un tempo pulsanti e piene di vita stavano ora crepitando e cangiando colore, facendosi sempre più smunte e spente. Allo stesso tempo un grido lacerò il silenzio tombale del tribunale. Era Paracelso, che gorgogliante, moriva con la sua pietra, fonte di vita e sapienza. Verdastra era la sua “opera filosofale” e verdastri erano i suoi capelli, i suoi denti, le sue vene. Come in un gioco di luci e colori i due esseri, uniti da un triste ed insolito destino si fecero grigi come il fumo degli alambicchi, per poi passare ad un nero che di vivo non aveva più neanche il ricordo. Sotto il sorriso diabolico dell’inquisitore la pietra divenne cenere e polvere mentre quello che una volta era un gagliardo alchimista giaceva ora rattrappito e rugoso come una pergamena. L’inquisitore non aveva certo capito cosa aveva impedito a Paracelso di compiere al meglio la sua trasmutazione, ma era un uomo bieco e non se ne curava. Solo dopo qualche anno infatti si sarebbe venuti a conoscenza che quello stesso giorno Boyle* scopriva la sua legge, e contemporaneamente uccideva l’alchimia.


*Il declino dell'alchimia in Occidente fu causato dalla nascita della scienza moderna con i suoi richiami a rigorose sperimentazioni scientifiche.Nel XVII secolo Robert Boyle (1627-1691) diede l'avvio al metodo scientifico nelle investigazioni chimiche, alla base di un nuovo approccio alla comprensione della trasformazione della materia, che di fatto rivelò la futilità delle ricerche alchemiche della pietra filosofale. (tratto da Wikipedia l’Enciclopedia Libera)

Lorenzo Quadrini

E' giunto il momento

E' giunto il momento!
Il momento che io pubblichi su questo piccolo spazio le mie creature letterarie. Sono cosette piccole, di poco conto, che desidero condividere più per poter ricevere qualche commento e qualche dritta che per il loro reale potenziale.
Scrivere rappresenta per me un piacevole passatempo, che forse dovrei curare con più attenzione, a prescindere dal risultato ma anche solo per la soddisfazione personale e per l'opportunità che mi da di "creare" qualcosa di esclusivamente mio.
E' anche un modo per rivitalizzare questo blog, poichè, se di attualità e sport scrivo davvero poco, ho al contrario un buon numero di racconti da sottoporre al giudizio attento di qualsivoglia lettore.
Speriamo che siano tanti!