lunedì 24 gennaio 2011

Monday Tales- Il Tesoro di Ur

Cari lettori,
quello che vi presento, per il monday tales di questa settimana, è uno dei miei primi racconti, che perciò alcuni di voi avranno già letto in sedi più private. Non posso però non presentarlo in questo blog, sperando di poter ricevere qualche nuovo utile consiglio. Grazie a tutti per la vostra partecipazione!



                                                         Il Tesoro di Ur




-Certo che si trova lì, dove pensa che sia rimasto per tutti questi anni? Tutti sanno che dentro la ziqqurat di Ur si cela il tesoro di Mitra. Tutti sanno dove è, come è fatto, da dove viene, quanto è prezioso. Ma nessuno lo ha mai preso. Nessuno-
-Ma cosa mi sta cercando di dire, che tutta la città sa del tesoro e mai nessuno lo ha preso?-
-Naturalmente -rispose il vecchio- nessuno lo ha mai rubato. Il tesoro non si può prendere. Il tesoro non si fa prendere. E poi si sa che non è quello il vero tesoro di Mitra-
-E questo che significa-
-niente… non significa niente. Arrivederci-

Ciò detto il vecchio arabo se ne andò, così come era venuto, lasciando da solo il Cercatore. Ramingo, sperduto in un posto che non conosceva e che non amava, si alzò dalla panca della taverna, uscendo in cerca di aria fresca. La notte aveva presto posto nel cielo poco prima turchese ed una luna giallastra, quasi tisica agli occhi di un medico, illuminava scarsamente la perduta città di Ur. Piena di gente della più disparata specie, proveniente da tutto il mondo; era dotata di un cosmopolitismo anomalo agli occhi di uno straniero. C’era vita nelle strette viuzze mai abbandonate, c’era la presenza di un passato mai finito e di un presente mai arrivato. Al Cercatore la Storia non interessava, non si chiedeva chi comandasse chi, cosa stesse sopra a cosa. La sua ossessione lo portava ad essere superficiale per tutto ciò che non riguardasse direttamente il tesoro. Fu una fortuna per lui che il Re non era più sovrano di quelle terre, e che non ci volesse particolare prudenza nel domandare e nel cercare. In realtà ,proprio come gli aveva detto il vecchio, era facile entrare nella ziqqurat, così come era facile uscirvi. E tutti lo potevano fare, anche i forestieri. Ma allora perché il tesoro era ancora lì? Qual era il mistero che lo circondava? Quale forza lo preservava dalla inevitabile appropriazione? Ci avrebbe pensato la mattina dopo, quando si sarebbe preparato per entrare nella struttura a gradoni, in modo da far suo il tesoro di Mitra. Il tesoro, quale fantastico miraggio di gloria, di ricchezza, di fama! Dicono che la stessa madre Anahita lo abbia regalato al figlio, al “Grande Re”, a Mitra, per festeggiarne la nascita e la potenza. Si favoleggia di ori, di gemme preziose, di coppe con incastonati lapislazzuli e zaffiri, di orci contenenti la polvere di diamante più pura, di rubini lavorati con tale maestria da riprodurre le fattezze degli occhi delle fanciulle. Di fiori interamente in argento, con i petali di delicata ambra, e poi ancora collane, anelli e diademi, corone e bracciali, vasi e ceramiche. Ed infine, la più grande ricchezza di questa terra, l’opera d’arte di così fine lavorazione da sfiorare essa stessa la vita, quella  vita che Varuna ha donato ai  suoi sudditi: il toro d’oro. Un toro interamente di metallo, con pregevoli ricamature e fantastici orli preziosi, dagli occhi verdi di vero smeraldo. Un essere perfetto, non una semplice statua. Questo attendeva il Cercatore, questo egli cercava. Prima di recarsi nell’ostello che lo ospitava passò davanti alla ziqqurat, come se fosse legato ed attratto ad essa da un filo invisibile. La piramide di ancestrale memoria si stagliava sul nero dell’orizzonte, pallida e minacciosa, salda a quella sabbia così gelida di notte, ma torrida e impraticabile di giorno. La struttura non era neanche sorvegliata, e la strada che portava all’entrata, sebbene lastricata, risentiva di una noncuranza, di un abbandono graduale ed inevitabile.

Una volta entrato in stanza non prese neanche la briga di svestirsi e di fare la solita toletta. Si gettò sul letto e dormì profondamente. Fu svegliato dopo un periodo che gli parse breve (poiché è sempre breve il tempo per il dormiente) da un odore fortissimo di incenso. Quando aprì gli occhi si rese conto che non si trattava solo di un sentore olfattivo, ma anche di fumo. Una coltre spessa e densa gli impediva la vista. Tra le nubi intravide allora una figura ammantata, con uno strano copricapo, un berretto frigio a prima vista, la quale gli rivolgeva la parola:

-cosa vai cercando?- disse senza presentazioni alcune, con voce bassa ma gradevole.
-un…un tesoro- fu la risposta che sgorgò quasi innaturalmente dalla bocca dello stupito avventuriero.
-un tesoro nella ziqqurat quindi. Perché?- domandò bruscamente la figura.
-perché lo desidero- rispose ancora una volta
-tu credi?- concluse l’incappucciato, senza attendere risposta visto che a quel punto il Cercatore si era svegliato.

L’alba già spuntava tra le dune del deserto che circonda la città di Ur, e lui già era in piedi, neanche troppo scosso dalla visione che lo aveva intrattenuto per tutta la notte. Al contrario della gente normale lui non aveva paura di ciò che non capiva, e quel sogno rientrava in quest’ultima categoria.
Ad ogni modo decise di darsi una rinfrescata, per poter attuare al meglio il piano della giornata. Si cambiò anche d’abito, indossando una giubba nuova e degli stivali di cuoio più comodi. Preparò la sacca dove avrebbe messo i suoi arnesi da scasso, le torce e gli acciarini per accenderle, nonché acqua e cibo ed una bella corda di canapa, utile in ogni occasione. Scese giù e chiese all’oste di servirgli una colazione abbondante, cosa in cui fu subito accontentato. Quando uscì dalla locanda non notò alcuno degli sguardi di curiosità o di rimprovero che spesso lo avevano accompagnato nei suoi precedenti viaggi. Tutti a Ur sapevano cosa si accingeva a fare e per tutti la cosa rientrava nella normalità. Il Cercatore, nella sua monogamia di pensiero, non si preoccupò neanche di questo poiché neppure l’anormale e l’insolito lo toccavano se questi non toccavano i suoi scopi. In poco tempo fu davanti alla ziqqurat. Eccolo lì, solo, di fronte al mastodonte di argilla, levigato dalle sabbie e cotto dall’implacabile sole. Non esisteva portone, porta, tenda o masso che impedisse l’entrata. Il Cercatore si avviò. Dentro il buio era intenso e dava una sensazione soffocante. Accese subito una torcia e diede un’occhiata a ciò che lo circondava. Tutto era desolato, rovinato, diroccato, abbandonato. Strane felci crescevano sopra ogni parete, muschi e licheni (se mai ci siano stati muschi e licheni in una città circondata dal deserto) si erano appropriati delle decorazioni, delle statue e degli stipiti delle porte. Di cui rimanevano tra l’altro solo gli usci, essendo il luogo oltreché derelitto anche vuoto e stranamente spoglio. Il cercatore affrontò strani percorsi, dei più tortuosi e dei più complicati, sempre roso dalla sua spasmodica ricerca. Finalmente intravide un barlume, un rossore proveniente da una stanza defilata e se vogliamo ancora più abbandonata. Entrò dentro e lo vide.
Aveva trovato il tesoro di Mitra.
Afferrò monete, toccò scettri, prese candelabri ed orpelli, si appropriava di ciò che più gli piaceva, senza provare il minimo sollievo, la minima gioia. Quando poi si avvicinò al toro (il famoso toro d’oro, esisteva dunque!) gli parse di aver buttato anni di ricerche, anni di vita, per una cosa della minima importanza.

-Ha visto, alla fine pare che neanche lei lo voglia questo tesoro!- il vecchio gli rivolse la parola all’improvviso, così come era arrivato.
-io…io, non capisco! Questo è tutto ciò che ho sempre cercato, che ho sempre voluto! Devo volerlo, deve essere mio- e così rispondendo il Cercatore iniziava macchinalmente a svuotarsi le tasche rigonfie di ori ed argenti.
-Lei ancora non ha capito che questo non è ciò che cerca, che questo non è il vero tesoro di Mitra?-
-Questo tesoro è stato la mia vita per anni, come faccio a non volerlo? Come posso crederle?-
-Semplicemente perché lei ha smarrito il senso della sua ricerca. Eppure so che ora ha intuito benissimo quello che le sto dicendo, ma si rifiuta di credervi, come tutti la prima volta qui ad Ur. La lascio sola, l’aspetterò alla taverna-

E mentre il vecchio si avviava verso l’uscita,solo allora il Cercatore capì quello che voleva dirgli, capì perché quel paese fosse così strano e pieno di persone tra le più disparate e che solo il vecchio poteva definirsi un vero arabo. Tutta la sua superficialità si diradò ed allora, mentre usciva, comprese che quello non era il tesoro che cercava, non era il tesoro di Mitra.



Lorenzo quadrazza

3 insulti:

  1. pat66 (tusaichisono)24 gennaio 2011 alle ore 18:47

    sono lieta di essere la prima a postare un commento relativo al racconto di questo lunedì.
    bene, bene, molto bene.
    qualche limatina la darei (in privato ti dirò dove). (*)
    comunque, bene
    ciao
    (*) i panni sporchi si lavano in famiglia

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  2. Ah! Mi ricordavo di averlo già letto da qualche parte!

    Da oggi in poi posso chiamarti "Ramingo"?

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  3. grazie pat, ci sentiremo presto per gli utili consigli!

    Flachi, naturale che puoi chiamarmi Ramingo! xD

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